Fanno il deserto e lo chiamano Metro C

Riprendono i lavori della Metro nel quartiere San Giovanni; i comitati e gli abitanti del quartiere si mobilitano

In quest’ultimo mese ho pensato spesso a Francesco Rosi e al suo “Le mani sulla città”, pellicola girata nel 1963.
Sebbene siano passati cinquant’anni da quel capolavoro del cinema italiano, la speculazione edilizia, le collusioni tra questa e le rappresentanze politiche, le infiltrazioni della criminalità organizzata, sono una realtà ancora attuale. Cambia la città, cambiano le opere (se nel film la città è Napoli e le opere sono i palazzi ora siamo a Roma e l’opera è la Metro C) ma la sostanza permane.
I lavori della metropolitana sono ripresi a settembre nel quartiere San Giovanni.
Un’incompleta e costosissima opera pubblica in una città il cui sottosuolo è geologicamente e archeologicamente inadatto a un tipo di mobilità che non sia su superficie. Lo dimostrano i diversi stop dei lavori in questi anni, dovuti al ritrovamento di beni archeologici o i numerosi palazzi a rischio crollo, causa le sollecitazioni della metropolitana già esistente.
Senza considerare lo scandalo suscitato dal giro di tangenti e dagli interessi di mafia, ‘ndrangheta e criminalità vicina alla destra, emersi dall’inchiesta del programma televisivo Report e che hanno visto coinvolta la giunta Alemanno.
Dicevamo, la sostanza permane.
Speculazione, cementificazione e corruzione.
La ripresa dei lavori riguarda la cosiddetta tratta “T3” della metro C, che da San Giovanni arriva a Colosseo. Il primo cantiere avviato è stato quello all’interno del parchetto di via Sannio, sotto le mura antiche di San Giovanni. I cittadini del quartiere si sono subito mobilitati e hanno organizzato un presidio di fronte ai cantieri, per difendere l’ennesimo polmone verde attaccato dalle ruspe e dal cemento.
Il 19 settembre, durante un picchetto, alcuni cittadini sono stati spostati con la forza e identificati da polizia e carabinieri. I possenti alberi secolari sono stati abbattuti, tutti.
Io c’ero e l’effetto è stato toccante, non solo per il boato generato dalla caduta dei giganti verdi ma anche, e forse soprattutto, per la volontà calpestata di chi il quartiere lo vive da anni, da generazioni.
Successivamente a questo atto di forza è stato ottenuto un incontro al Campidoglio, con il sindaco e con gli assessori alla mobilità e all’ambiente. Come cittadini abbiamo portato la richiesta di fermare il taglio di alberi secolari sottoposti al vincolo di verde storico, per effettuare ulteriori verifiche e per elaborare possibili soluzioni alternative di mobilità. Ci siamo appellati ai tre punti cardine del programma elettorale del sindaco Marino: beni comuni, partecipazione e discontinuità con la precedente giunta Alemanno. Il sindaco non si è presentato all’incontro e i tre punti si sono rivelati solo ammalianti promesse da campagna elettorale. Infatti l’assessore alla mobilità Guido Improta e quello all’ambiente, Estella Marino, hanno dato risposte vaghe ed evasive non mostrando volontà di fermare alcunché.
Allarmati, il giorno successivo siamo tornati a far sentire le nostre voci, davanti ai cantieri di Roma Metropolitane, il 23 settembre, a piazzale Ipponio dove i numerosi platani, piantati subito dopo la seconda guerra mondiale, sarebbero stati rimpiazzati da colate di cemento, compressori e cabine elettriche, sotto ai balconi dei residenti. Come membri di diversi comitati di quartiere, associazioni esingoli cittadini, ci siamo introdotti nel cantiere di Consorzio Metropolitane di viale Ipponio e abbiamo bloccato pacificamente i lavori per qualche ora. Alcuni di noi si sono posizionati sotto un albero che gli operai avevano già iniziato a segare, bloccandone il taglio, mentre altri 5 si sono incatenati ad un leccio. Sul posto sono giunti carabinieri e polizia che, dopo alcune ore, ci hanno sgomberato, facendo riprendere il lavoro di asce e motoseghe. Altri alberi sono caduti sotto i colpi dell’arroganza di Roma Metropolitane e di una giunta che non ascolta i suoi stessi elettori. Così come non ci ha ascoltato la presidentessa del VII municipio con delega all’ambiente, Susanna Fantino, che non ha fatto nulla per aiutare i cittadini del suo municipio, lasciando soli i consiglieri municipali che ci stanno sostenendo.
Dall’azione di blocco del cantiere abbiamo ottenuto la magra consolazione di un’audizione pubblica alla commissione mobilità il 2 ottobre e il fermo dei lavori fino a quella data.
Il 24 settembre abbiamo convocato un’assemblea pubblica nei giardini di piazzale Metronio, a cui hanno partecipato più di cento abitanti del quartiere, tutti invitati a partecipare all’audizione pubblica fissata per il 2 ottobre.
Durante l’audizione, che si è rivelata una riunione congiunta di quattro commissioni, ambiente, mobilità, bilancio, lavori pubblici, è iniziato un nuovo sbancamento. La rampa del belvedere Cederna, sopra alla stazione metro Colosseo, è stata distrutta per fare spazio ai cantieri della linea T3. Nel corso dell’audizione, nonostante fossero previsti gli interventi di alcuni cittadini e referenti di comitati, non è stato dato alcuno spazio alle parole di chi si sta opponendo a questo scempio, con totale negazione della millantata partecipazione della neo giunta Marino. Oltretutto l’assessore Improta, durante la riunione, ha ribadito l’intenzione di continuare i lavori interrotti, fino a piazza Venezia, noncurante dei pericoli, del patrimonio storico e archeologico, dell’impatto ambientale che sta trasformando la più bella cartolina di Roma, i Fori, in un cantiere permanente.
Un’amministrazione sorda, collusa e per nulla interessata a formulare un piano mobilità più congeniale al territorio romano.
La prossima vittima dello scempio perpetuato a quattro mani, dalla neo eletta giunta e da Roma Metropolitane, saranno i i giardini di Villa Rivaldi, a due passi dai Fori Imperiali, annoverata tra i beni culturali e storici tutelati dal codice dei beni culturali.
Marino, in perfetta linea di continuità con chi lo ha preceduto, sacrifica ancora una volta agli interessi privati e alla cementificazione il patrimonio storico e paesaggistico della città.
Ma non ci si può arrendere. Continueremo a percorrere la via delle azioni simboliche, l’elaborazione di proposte alternative e una possibile via legale che ci porti non solo a fare chiarezza ma a bloccare l’ennesima opera inutile e dannosa per molti, iniziata dal 1990 per una spesa di circa 5 miliardi di euro di cui 792 milioni solo per la tratta T3.
Siamo convinti che esistono possibili alternative praticabili come il potenziamento delle linee tramviarie e delle aree ciclabili, quello che manca è la volontà politica di attuare cambiamenti che rimettano al centro le necessità e i bisogni di ogni singolo cittadino.

Chiara Franceshini

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