CINECITTA’ STUDIOS: UNO SGUARDO SU QUELLO CHE ACCADE OGGI NEGLI STUDI CINEMATOGRAFICI PIU’ FAMOSI DEL MONDO.

ass cinecittàIl banchiere è un uomo che vi presta l’ombrello quando c’è il sole e lo rivuole indietro appena incomincia a piovere”.

Mark Twain

Camminando per le strade degli Studi di Cinecittà, tra i vari teatri di posa, gli spazi che ospitano diversi set e spettacoli televisivi, e gli edifici nei quali avviene tutta la post produzione di un’opera, non si ha certo l’impressione di attraversare un luogo in decadenza o in via di dismissione, non più capace di offrire possibilità di creazione e costruzione di nuovi progetti e nuovi film. Le numerose produzioni cinematografiche e televisive che, nel corso degli ultimi mesi hanno visto la loro realizzazione e scenario privilegiato gli studi, lo testimoniano.

Dall’ attesa serie “Ben Hur”, alle storie del “The Young Pope” di Paolo Sorrentino, alle scene che si riferiscono al campo base del film “Everest”, e in particolare un grande autore come Wim Wenders, che rivelando il suo antico amore per il cinema italiano e quello che ha visto protagonista Cinecittà, ha scelto di girare uno spot pubblicitario proprio negli studi, evocando l’immaginario de “La Dolce Vita”.

Non solo Cinecittà è suggestione nostalgica, ma è un sito produttivo di inestimabile qualità e contraddistinto da un presente quanto mai ricco, vivace e in movimento.

Perché allora volere la sua demolizione, per costruire un albergo e centinaia di parcheggi di scambio, che devasterebbero questi stabilimenti straordinari, dal raro valore storico e culturale.

Demolizione voluta dal Piano di Luigi Abete, presidente BNL e presidente di Cinecittà Studios.

Il suo disegno prevede numerosi interventi all’interno di un’area di seicentomila metri quadri, la realizzazione di ben 135 mila metri cubi di cemento, in un territorio già profondamente segnato da una feroce decennale speculazione edilizia. E soprattutto a pagare le linee di questo disegno sono i lavoratori degli Studi, figure professionali che costituiscono un’essenziale risorsa del fare cinema, costretti al licenziamento e alla cassaintegrazione, nonostante la continua e faticosa difesa del proprio posto di lavoro.

Di fronte a questo vero e proprio smantellamento di una realtà viva e feconda, cosa mette in atto la classe governativa e il MIBACT, se non un’assoluta inoperatività e mancanza di intervento.

Classe governativa che non smette di esaltare le eccellenze di questo Paese, salvo poi emanare, ad esempio, un Decreto Legge, che con il pretesto di equiparare i luoghi di cultura ai servizi essenziali, quali la Sanità e la Scuola, asservisce e allinea i lavoratori ai dettami del Jobs Act, togliendo di fatto loro i diritti.

Il sistema economico incide profondamente non solo sulla vita sociale, ma ovviamente anche sulla produzione di cultura e in un Paese dove la cultura e il suo valore è impoverito e le idee sono private della loro forza, non provoca assolutamente scandalo e dissenso che, gli Studi di Cinecittà, invece di essere un bene fondamentale e auspicare ad una loro ripubblicizzazione e divenire quindi un luogo non esclusivo ed elitario, potenziale fucina di idee e lavoro, possano ospitare un eventuale centro commerciale e una spa.

La consapevolezza che la materia stessa del cinema è priva di confini, anche di quelli rappresentati dalle mura di uno studio cinematografico, non fa desistere dal mettere in evidenza l’accanimento nei confronti di un patrimonio di questo Paese e non solo.

L’avidità e l’incuria di pochi, dei loro interessi e rapporti di potere, non può distruggere un sito rinato ogni volta dalle proprie ceneri e ora in un momento fecondo.

Luogo che ha dato e continua a dare, attraverso il cinema, che possiede l’immaginazione del mondo, la possibilità di allargare la conoscenza della realtà.

La sua storia è il pagamento di un debito contratto verso gli artisti, gli artigiani e i tecnici che lo hanno attraversato.

Il suo presente può invece raccogliere la sfida di una visione contraria ai dissennati disegni di finanzieri e speculatori.

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