LA PARTECIPAZIONE POPOLARE DIVENTA PROTAGONISTA DEL VII MUNICIPIO

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Via Tuscolana – Corteo in difesa del Csoa Corto Circuito

Ci deve far riflettere e interrogarci positivamente quanto è accaduto nell’arco di un mese in questo territorio, in termini di partecipazione popolare: quattro manifestazioni pubbliche hanno attraversato le strade e le piazze del VII Municipio dal 23 Ottobre al 23 Novembre. Centinaia e centinaia di persone hanno aperto spazi di comunicazione e agito democrazia. E come se la voglia di riscatto verso una città umiliata e commissariata pian piano prendesse linfa vitale, generando nuove idee sottratte all’immobilismo e al fatalismo della rassegnazione, sfidando l’incertezza del momento.

Ha aperto questo ciclo il 23 ottobre la manifestazione in difesa del centro sociale Corto Circuito, un tendone di plastica ritenuto abusivo dalle autorità, dove battono i cuori di un’umanità che non si arrende, che dopo un lungo percorso di confronto con le istituzioni a tutti i livelli, incluso il Prefetto di Roma Franco Gabrielli, ha voluto protestare contro la risposta delle amministrazioni incapaci di regolarizzare un’esperienza sociale sentita da tutti come una risorsa da non avvilire. Una moltitudine di gente, che magari non era mai entrata in un centro sociale, ha deciso di stringersi attorno al gruppo sparuto di giovani chiedendo giustizia di fronte ai casi di vera speculazione che sono andati in onda con “Mafia capitale”.

Il 31 ottobre al Parco degli Acquedotti si è svolto il primo memorial per Stefano Cucchi, grazie alla tenacia della sorella Ilaria Cucchi, all’indomani dell’apertura della nuova fase processuale, che individua nelle forze dell’ordine nuovi responsabili della morte di Stefano e segnala il ribaltamento del processo, individuando la vera causa del decesso avvenuto per violenza e non “per presunta morte naturale”. E’ stata una manifestazione vissuta con emozione e commozione da centinaia di persone, ancora una volta organizzata dal basso e attraversata dal mondo dello spettacolo e della cultura.  Anche in questa occasione la verità e la giustizia sono state al centro delle richieste dei manifestanti che si ostinano a ritenere necessario il cambiamento.

Con altrettanto vigore il 7 novembre si è svolta la dimostrazione di forza messa in campo dalla Piazza dell’Antimafia Sociale, vera e propria contrapposizione alla manifestazione contro mafia capitale andata in scena lo scorso 3 settembre sotto la regia del Partito Democratico del sindaco Marino, del segretario Orfini e del presidente Zingaretti, in cerca di una nuova verginità che si è schiantata poco dopo con il commissariamento di Roma Capitale. Anche qui, sotto il sacrato di Don Bosco, si è rivendicata giustizia, e ad emergere è stata la denuncia dell’ecomafia e degli intrallazzi tra politici. In primo piano la speculazione edilizia del cemento che lascia migliaia di persone senza casa, che ha divorato il suolo pubblico e l’agro romano; poi la denuncia verso l’impunita Ryanair che continua a inquinare l’aria che respiriamo non rispettando i limiti imposti dalla legge; la devastazione del parco storico archeologico di Centocelle causata dagli innumerevoli insediamenti abusivi; la logica delle privatizzazioni per sfamare gli appetiti finanziari di banche e privati.

In fine, il 23 novembre a Piazza dei Decemveri è stata riaperta la Tenda Contro la Crisi, promossa dalla rete territoriale Cinecittà Bene Comune, che ha portato con sé la riapertura dell’ambulatorio popolare di Antonio Calabrò, scomparso di recente. È stata aperta una mensa sociale rivolta ai disoccupati e a chi non arriva alla fine del mese, degli sportelli per il diritto al lavoro e alla casa. Un evento/manifestazione che ha visto partecipare tantissime persone nei numerosi incontri con le vertenze in difesa del lavoro del territorio, dove sono intervenuti numerosi lavoratori in lotta, operatori delle cooperative sociali, dipendenti Atac, lavoratori dell’AMA e delle tante vertenze territoriali contro i licenziamenti, a partire dalle maestranze di Cinecittà Studios e dai metalmeccanici di Caf Italia, azienda preposta alla manutenzione dei treni della metro A. Tra le presenze in visita, anche Maurizio Landini segretario generale della FIOM e Padre Alex Zanotelli. Una grande prova di mutuo soccorso e di solidarietà per contrastare l’impoverimento e la solitudine sociale, alle porte del Giubileo, che ha visto formarsi una grande rete sociale fatta di singole persone e associazioni. Un’azione, questa della tenda, che è tuttora in corso per rimettere al centro dell’agenda politica la crisi economica e del lavoro, e la difesa dei beni comuni contro ogni tipo di speculazione e di privatizzazione.

Come connotare questa nuova tendenza, questo nuovo attivismo sociale apparentemente dalla forma poco delineata e sfuggente, trasversale e meticcia che si raduna a suon di musica allegra e un po’ stonata? Che si dà appuntamento riempiendo piazze e strade del quartiere di creatività, di contenuti e di rivendicazioni? Difficile da capire all’istante vista la grande varietà di culture, linguaggi ed estetiche non riconducibili a un’unità formale, a un’identità già data. Sembra più uno sforzo soggettivo ma non premeditato, un errore di fabbrica. Manifestano insieme e insieme costruiscono un nuovo linguaggio, dove il divertimento delle famiglie è il contrario del disimpegno, dove lo stare bene insieme dei giovani si distingue dalla movida effimera e violenta, dove partecipare significa essere protagonisti. L’unico comune denominatore ineludibile è l’impegno che queste persone mettono ogni giorno nelle postazioni che si sono scelte, strappando il tempo alla precarietà quotidiana, nel desiderio di riscatto e di costruzione di un’alternativa possibile al quale sono dediti. Si ritrovano uno di fronte all’altro ed è come se si vedessero allo specchio, da angolazioni diverse, spesso lontane; si scambiano conoscenza e saperi, si incontrano con traiettorie anomale ma si riconoscono, e insieme costruiscono una nuova modalità di politica intesa come passione, dedizione e premura l’uno dell’altro per il proprio futuro, a partire dal territorio dove abitano.

Da percorsi differenti e per specifici motivi, le 4 manifestazioni realizzate nell’arco di un mese come fatto sintomatico, sono frutto della capacità di autorganizzazione dei cittadini e di nuove soggettività sociali in risposta al vuoto, o alla incapacità delle istituzioni di dare risposte adeguate. Sono state manifestazioni garbate e gioiose, intelligenti e colte, solidali ed emozionanti, piene di determinazione. Non c’era un vero e proprio referente, non si è strappato nessun tavolo, non era neppure auspicato o desiderato. Ciò che è andato in scena è stata la prova che esiste un altro modo di fare, un’altra città, un rinnovato desiderio di cambiare.

Un pubblico trasversale, socialmente attivo e attento si è incontrato e riconosciuto, immischiato in tutte e quattro le occasioni, segnalando un punto di partenza forte, una nuova modalità di fare politica, facendo società, costruendo coalizione e organizzazione sociale. Un’intenzione persistente ha accumulato questi momenti di protesta: il senso di giustizia sociale, la percezione che bisogna far discutere le diversità, mettere in relazione i punti di scontro e d’incontro per rendere intellegibili le lotte e la necessità di costruire una nuova condivisione, a partire da un cambiamento profondo della cultura dominante di questa città.

Tutto questo possiamo definirlo come un nuovo agire politico, una nuova capacità per incidere nel presente, che prende forma e si articola a partire da embrioni ancora troppo immaturi ma fecondi e vivi, un esperimento di rinnovato protagonismo duro a spegnersi, che tanto farà ancora e che interroga severamente la politica.

Questi eventi ci dicono che non ci sono soluzioni già date, dobbiamo vivere nelle contraddizioni di questa società avendo la sensibilità e la capacità di concentrare gli sforzi laddove si presentano nelle occasioni e nelle contraddizioni del nostro tempo. Non ci forniscono il quadro completo di un’alternativa complessiva, ma solo piccole tessere per comporre un mosaico tutto da inventare.

Di questo non se ne sono accorti i media ufficiali, non lo riconoscono i politici di professione al servizio delle segreterie di partito, e anche chi per natura aspetta inerme che la fortuna lo baci, chi è disattento perché sopraffatto e imprigionato dalla metropoli tentacolare egoistica e appariscente, chi non guarda oltre il proprio orticello, sempre più appassito fra l’altro.

Fare politica oggi, occuparsi del futuro nell’epoca del commissariamento, dell’antiterrorismo e dei diktat dell’ Unione Europea della Troika, è un’impresa ardua che ci getta immediatamente nello scontro, nella rottura come unica strada da cui ripartire per elaborare un’alternativa plausibile al peggioramento costante e progressivo delle condizione di vita di tutti noi. Tutto questo non trova facile visibilità né spazio nella politica così come l’abbiamo conosciuta.

Ritorna con forza quindi la partecipazione e il protagonismo dal basso. Quest’umanità eccedente che si è manifestata qui nel nostro quadrante, come in altri territori, ha teso una mano, ha aperto un varco, ribadendo il concetto che fare politica significa costruire unità, rendere possibile l’impossibile: incidere laddove è ancora probabile, trasformare dove è ancora immaginabile. E gli spazi per fare questo si chiudono e si riaprono in continuazione, basta saper guardare bene e in basso, basta informarsi costantemente. Il luogo predisposto per ricomporre le idee e le pratiche sociali sono i territori, luoghi d’incontro e di ricomposizione degli interessi e degli obiettivi. In questa fase la politica delle istituzioni sembra passare dalla crisi della rappresentanza, dove in pochi si sentono rappresentati, all’incapacità di incidere e di opporsi ai numerosi diktat calati dall’alto. Le poltrone saltano continuamente, le cariche istituzionali si succedono tra un’elezione e l’altra, tra un commissariamento e l’altro, i sindaci passano, i partiti cambiano simbolo e nome, ma le questioni sociali rimangono, e occuparsi di questo seriamente e in maniera stabile e continuativa è l’unico modo per ricostruire in futuro un pensiero maggioritario, una nuova modalità di agire all’altezza dei tempi, non scollata dalla realtà e concreta portatrice di democrazia e di soluzioni. Senza questo lavorio permanente e continuo di organizzazione delle vertenze, senza questo ritorno alla partecipazione disinteressata, non ci sarà sedimentazione e capitalizzazione dei risultati che qualche volta si riescono a strappare, non si determinerà una nuova identità e un rinnovato spazio politico da agire anche sul piano della rappresentanza istituzionale; ma stiamo già parlando di un livello successivo, adesso è il tempo di coltivare nuovo entusiasmo, l’insediamento permanente delle lotte, la sedimentazione sociale, la capacità di resistere e di costruire un nuovo immaginario. E qui nel nostro territorio, questo percorso, sembra essere iniziato.

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