UNA CONVERSAZIONE CON MONI OVADIA. La Pace, la Migrazione, la Resistenza.

Incontro con Moni Ovadia e Ali Rashid all’Officina Culturale Via Libera. 

Moni Ovadia“La diversità è la base su cui si costruisce la vera uguaglianza.”

Moni Ovadia

Quando Moni Ovadia ha iniziato a parlare, lo scorso 24 Marzo nella sala dell’Officina Culturale Via Libera, di colpo il brusìo del pubblico si è spento, per dare spazio e tempo alle riflessioni sulla politica, sugli accadimenti tragici del passato e sugli avvenimenti drammatici del presente, espresse con il consueto carisma irriverente e dissacrante che contraddistingue questo appassionato e intelligente attore e drammaturgo. Il silenzio attento e partecipe di numerose persone ha accolto le parole di Moni e del giornalista e politico palestinese Ali Rashid, in questo incontro organizzato dal Comitato per la Pace del VII Municipio, con la partecipazione e il sostegno dell’Associazione Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese.
Nel giorno che ricorda l’eccidio delle Fosse Ardeatine, il Comitato per la Pace ha voluto mettere al centro di questa iniziativa, il tema del conflitto interminabile, vissuto nella terra di Palestina, “terra negata”, e la sofferenza di un popolo nelle complesse politiche dello scacchiere internazionale. Moni Ovadia per narrare l’ingiustizia, la violenza e l’inquietudine che questi tempi attraversano, ne ha evidenziato la responsabilità nella ferocia del sistema economico vigente, nel potere esercitato dalle banche e dai giochi della finanza mondiale, che condannano di fatto la vita di donne e uomini ad una condizione di asservimento culturale e di schiavitù economica. Non ha risparmiato invettive nei confronti della classe politica e governativa di questo nostro Paese, composta da opportunisti, ipocriti, uomini dalla falsa coscienza; ha rilevato le contraddizioni e gli errori di una sinistra divisa e tormentata, che dovrebbe riuscire ad immaginare un’autentica rinascita, laddove, chi non può più difendere i propri diritti sociali non ha alcun tipo di rappresentanza. Ha sottolineato la parte fondamentale che ha lo studio e la conoscenza del passato per comprendere gli eventi del presente e giungere così, alle verità dei meccanismi che li hanno prodotti. Le sue parole da abile giocoliere, senza nessun orpello decorativo, hanno messo in luce quello che è stato il più vasto crimine della Storia: il colonialismo, le sue atroci conseguenze e i frutti avvelenati, prodotti dallo sfruttamento e dall’assoggettamento delle terre e delle popolazioni colonizzate. Per Moni, nato a Plovdiv, in Bulgaria, da famiglia di ascendenza ebraica sefardita, durante la Seconda Guerra Mondiale, i soprusi, le violenze, le sofferenze vissute da ogni popolo sono le stesse, e solo nel momento in cui si ha il coraggio di contrastare con fermezza i crimini di uomini su altri uomini, come racconta accadde proprio in Bulgaria, quando i governanti si opposero alla deportazione dei cittadini di religione ebraica da parte dei nazisti, è solo in questi momenti, nella strenua difesa dell’essere umano, che si ha il vero scardinamento del potere. Alcune delle proposte di Moni Ovadia per continuare a raccontare e ricordare le vicende complesse e dolorose vissute da migliaia di donne e uomini nel corso della Storia, sono quelle di istituire un Giorno della Memoria legata ai crimini perpetrati dai colonialismi e che il Giorno della Memoria non sia quello dedicato al genocidio di un solo popolo, ma si trasformi in un Giorno delle Memorie che divenga il momento fondante e condiviso di una riflessione ancora più profonda, rispetto ad altri terribili genocidi e stermini di popolazioni avvenuti nel passato, come quello dei Nativi Americani, degli Armeni, come quello avvenuto in Cambogia, in Ruanda, senza dimenticare i massacri e le violenze commesse dalle milizie fasciste italiane nelle occupazioni in Cirenaica e in Etiopia.

Ali Rashid, introdotto da Loris Antonelli, uno degli animatori dello spazio Officina Culturale, ha testimoniato il percorso e la volontà di resistenza del suo popolo, umiliato e sfruttato, ha ribadito come Moni, la necessità di approfondire la propria conoscenza con la ricerca, per arrivare alle verità degli eventi, evidenziando i complicati assetti del Medio Oriente, le cui radici affondano nelle politiche economiche messe in atto alla fine del Secondo Conflitto Mondiale, nell’assoluta arbitrarietà della suddivisione territoriale e delle linee dei confini, nella soppressione delle identità. I conseguenti conflitti e le guerre hanno prodotto la tragica esperienza delle migrazioni da quei territori.

Una parte di questo dramma è stata raccontata durante l’incontro da una volontaria dell’Associazione Baobab, Marzia; la loro storia di accoglienza e ospitalità di migliaia di transitanti ha tracciato un segno profondo nella nostra città, che il Comune si è ben visto di salvaguardare sgomberando lo spazio da loro utilizzato in Via Cupa, una piccola strada nei pressi della Stazione Tiburtina. Ma l’impegno di questi generosi attivisti continua nella raccolta dei numerosi aiuti che ancora arrivano a sostegno dell’associazione. Una mostra fotografica allestita nella sala dell’Officina raccontava il quotidiano vissuto nei mesi scorsi.

Da questa conversazione con Moni Ovadia e dagli altri interventi è emersa la necessità di rileggere la Storia a partire dalle storie dei popoli, che evidenziano un passato lontano che si fonda sulle logiche del sopruso e sull’arbitrio dei poteri delle multinazionali, sulle logiche del neocolonialismo; la conoscenza e la comprensione dell’altro come forma di riscatto, la volontà di resistenza e l’accoglienza come possibilità di rivalsa allo sfruttamento capitalistico e alla degenerazione dei valori umani che questo produce.

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