“E se per una volta ti venisse chiesto di battere il tuo tempo”

Questo slideshow richiede JavaScript.

di Riccardo Porri Baldini E se per una volta ti venisse chiesto di battere il tuo tempo.Non un tempo istituito, non uno spartito da seguire, ma il tuo tempo da cercare. Se ti venisse chiesto di trovare un ritmo diverso da quello dei semafori e delle macchine, diverso da quello della routine e dei doveri prescritti. Se ti venisse chiesto, dalla tua coscienza, di trovare davvero il tuo, di tempo, capiresti l’importanza di Batti il Tuo Tempo e degli spazi come lui. A quattordici anni conoscevo solo marciapiedi e spazi commerciali, nel mio ritaglio di città. Avevo un pugno di amici con cui non mi trovavo più e una timidezza da far paura. Non sono sempre stato così, ma a quell’età ero parecchio triste e scrivevo di quanto la città non mi aiutasse. Mi appariva grigia, morta e alienante, tra quei palazzi soffocanti, le pubblicità odiose e tutte quelle strade uguali. Passavo più tempo tra le mura di casa, alla luce di un monitor, piuttosto che nel mondo che c’era fuori casa e cercavo un po di romanticismo nelle passeggiate solitarie e nell’esaltazione dei miei sentimenti. Non è che fossi particolarmente depresso, o malato. Era ed è la condizione socio-culturale di molti giovani. Inizialmente parlavo più attraverso i social network che non con le persone che conoscevo a scuola. Tra alcune ragazze della mia classe, quelle con cui poi strinsi amicizia, girava Tumblr, quel social network famoso per essere la più grande valvola di sfogo sulla rete per persone un po contorte ed emotive. E’ famoso soprattutto per via delle numerose immagini di forte impatto che ospita, come quelle di autolesionismo. Rappresenta abbastanza bene le particolarità culturali di una certa parte dei ragazzi delle ultime generazioni. E’ una questione identitaria, coi suoi valori da capire, e le immagini portano sempre con sé dei significati più o meno forti. Forse è un po preoccupante parlare di suicidio a quell’età, ma quel che è davvero grave è vedere amici tentarlo. Anche se quel social non ha avuto alcun legame con questo, la sua esistenza esprime bene il forte desiderio di emozioni e distruttività insito nella cultura di parecchi giovani del mondo contemporaneo. Svela una realtà spesso dimenticata dalla società “sana”. A quindici anni scoprii l’esistenza di Batti il Tuo Tempo. Graffiti colorati arredi manufatti musica fotografia arte video espressione e forza creativa, opportunità di confronto e scambio, sostegno reciproco. Inutile dire che me ne innamorai. Nel tempo cambiai molto, feci nuove esperienze, nuove amicizie, legate anche alle occupazioni scolastiche. Era il periodo, per me, della cresta e dello skate, del mito della rivoluzione e degli ideali che non aveva più nessuno. Mentre formulavo utopie, gli altri le avevano già abbattute. C’era desiderio di vivere e fare esperienze, scoprire e trasgredire. Questo era un desiderio che avevamo in molti: fumare e bere e piangere con un amico fidato. Giravo con la spilletta con la A cerchiata e una collana col simbolo della pace, e nonostante sembrassi quasi alternativo, ero molto impacciato. Un amico un giorno mi invitò a cantare nel suo gruppo punk, nella sala prove del Bitt, perché con la cresta e la camicia borchiata mi immaginava un tipo estroverso, oltre che una bella figura. Uno inerente, insomma. Invece ero troppo timido per gridare. Dovevo ancora scavalcare qualche muro di inesperienza. Batti il Tuo Tempo era questo spazio dove trovavo sempre qualcuno, senza dover chiedere di uscire a nessuno, nel quale potevo imparare a conoscere meglio me e gli altri. Chi non conobbi al Bitt ce lo portai. Per un lungo periodo quello spazio divenne una tappa fissa, dopo scuola, mia e di molti miei amici. A volte passavamo lunghe ore a fare nulla, sdraiati sui divani del salotto, a guardare il vuoto e a compiacerci semplicemente di trovare noi stessi in uno spazio che sentivamo finalmente nostro. Tocca considerare che la mia generazione è una generazione per buona parte disillusa e senza grandi aspettative, senza voglia di fare grandi cose, un po ingenua e relativamente sognatrice, scettica nei confronti del possibile. Spesso, comunque, riempivamo quel salotto di idee e confessioni, risate e musica e argomenti. Sentivo che da lì sarebbe potuto nascere di tutto. Avevamo un mondo a disposizione, e potevamo imparare a conoscere e creare. Oggi al bitt porto quel giornale giovanile indipendente che sta riuscendo in un tentativo di rivalsa culturale: Scomodo. Creare era qualcosa che ai miei occhi sembrava grande e immenso, perché siamo cresciuti in mezzo a quel mondo di opinione pubblica che lamentava la mancanza di futuro, il doversi adattare, l’impossibilità di agire. Cultura che ha paralizzato un’intera fascia giovanile. Siamo ragazzi cresciuti in famiglie semplici, e certo non abbiamo avuto a casa l’opportunità di confrontarci con delle “autorità intellettuali” che ci aiutassero a leggere in modo più chiaro il mondo, e molti hanno un’idea tanto confusa e un grande senso di piccolezza nei suoi confronti. Sentirci dire a casa dai genitori, a scuola dai professori, che prendere un diploma per trovare un lavoro precario volesse dire camminare coi piedi per terra, e che pensare strade alternative volesse dire camminare sulle nuvole, era ed è un ritornello buffo. Qui potevamo imparare a battere un tempo nostro. Potevo iniziare a cambiare il mondo a partire dal modo in cui osservavo il mondo, e attraverso il confronto con gli altri capirlo un po meglio. Cambia tutto, quando si fanno esperienze, anche quelle più banali. Quando ci si abitua a osservare ciò che ci circonda attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica, ad esempio, impariamo a cogliere diversamente ogni oggetto, ad apprezzare la bellezza che è in tutto, indiscriminatamente. Col laboratorio gratuito di Simona imparai a girare le periferie, a esplorare e a capire l’importanza che un’immagine può assumere nell’espressione e nell’analisi del mondo. Capii quanto si possa capire solo fermandosi un po ad osservare. Scoprii l’intimità e il linguaggio del suono solo grazie alla sala prove del Bitt: fa bene improvvisare sfogarsi sudare stonare correggersi e assuefarsi all’armonia ottenuta con gli altri. Una sala prove costa minimo dieci euro l’ora. Quella del Bitt è gratuita: ogni gruppo mette un contributo di sette euro al mese per pagare la manutenzione. Un niente. Non fosse stato per questo, non avrei mai conosciuto quest’intima realtà, e avrei conosciuto un po meno anche me stesso. La musica è espressione culturale fluida e fruibile, è scambio immediato, è comunicazione col prossimo, oltre che suggestione e ritrovo individuale. E’ la più potente letteratura del nostro strano ceto medio. La musica, al Bitt, ricopre un ruolo considerevole. Male o bene interessa a tutti, e la saletta porta tanti musicisti. Attraverso il computer del salone ciascuno mette quello che ascolta, da far conoscere agli altri, e c’è sempre un buon livello di scambio. Al bitt c’è spesso qualcuno che fa freestyle, ed è una meraviglia starlo a vedere seguire il flusso della spontaneità combinata al ritmo. E’ lì che ho conosciuto quest’arte: è proprio così che si fa cultura e conoscenza. Fare cultura è una necessità che dovremmo riscoprire tutti. Per fare cultura tocca comprendere la sua trasversalità, capire che è alla portata di tutti. Al bitt infatti c’è una libreria a disposizione, insieme ai testi scolastici forniti da ex studenti da poter prendere in prestito, per chi non può permetterseli. Molti ragazzi vivono vite di inesperienze. Molti non riescono a permettersi corsi costosi, e non hanno modo di mettere a frutto le proprie capacità, o di scoprire di averne. Più grave, molti non hanno spazi dove trovare confronto con un prossimo che non sia la loro sola tribù di amici, se riescono a farsene una. Ancora più grave, molti non imparano mai a battere il proprio tempo, a intendere autonomamente e con senso creativo la realtà. Molti finiscono per perdere cognizione di sé stessi e del prossimo, della libertà di vivere il mondo intraprendendo strade proprie o desiderevoli, insieme agli altri e non competitivamente. Molti si lasciano assuefare dalla retorica di dover camminare coi piedi per terra, su una terra dipinta da altri. Al Bitt si sperimenta un modello di socialità in cui ciascuno impara la condivisione, e impara a riconoscersi determinante. Non ci sono solo mamme operatrici e operatori, ma persone che chiedono il parere di tutti quando c’è da prendere una decisione: facciamo riunioni, organizziamo insieme le attività, e ciascuno può proporre qualcosa di nuovo, insomma, lo spazio è di tutti. E’ un fatto importante questo, perché come dicevo manchiamo di autodeterminazione, senso di appartenenza e partecipazione. Viviamo in un modello di società dove si paga un prodotto e si pretende di ricevere il massimo da quel prodotto perché lo si ha pagato (dal momento in cui per poter pagare si è costretti a sacrificare buona parte della propria esistenza). Molti ragazzi sono abituati a concepire le istituzioni come mamme da cui essere imboccati e da cui pretendere perfezione, come un servizio privato pagato dai genitori tramite le tasse, con le quali non debba esistere altro rapporto: solo questo, simile a quello che si ha con un prodotto del mercato. Il mondo appare come un mondo di altri, detentori, che devono garantire vita perfettibile a chi non è mai interpellato. Poi… Puff! A un certo punto ci si ritrova dentro quelle urne, un po spaesati, direi davvero confusi. Non mi sembra che viviamo società partecipate, come credo dovrebbe essere, né democratiche, ma società alienate. Alienate in tutto, anche nei rapporti: a scuola capita che qualcuno inveisca contro le bidelle perché, essendo pagate per il proprio lavoro, dovrebbero garantire perfettibilità e un bel sorriso. Invece sono stressate, perché il loro è un lavoro stressante, e in ogni modo sono persone. Ma a molti appare inconcepibile osservare la “disfunzione” di un impiegato. Sono pagate per questo e non devono lamentare. Se si butta una cartaccia per terra lo si fa non pensando che sia qualcun altro a doverla raccogliere, e se ci si pensa, lo si fa perché si è sicuri che sia quella persona a doversene occupare, perché pagata. E’ un esempio che incarna il rapporto fluido che va creandosi tra gli individui, e tra gli individui e il territorio. Lì al bitt c’è la cucina autogestita in cui ciascuno impara a lavare ciò che ha sporcato. Lo spazio è di tutti, e la responsabilità è di ciascuno. E’ un messaggio importante, è una lotta sociale e culturale. Spazi come questo sono lotta esistenziale. Forse vale la pena di investire ogni sforzo nel tentativo di resuscitare quello Stato Sociale deriso frustrato picchiato derubato dimagrito declassato sottomesso prima che ci si abitui a dimenticarlo del tutto. E’ più necessario e vitale di quanto si pensi. Questi spazi aiutano a comprendere meglio il senso della frase di quella vecchia canzone, retaggio di quel cantautorato dimenticato un po da ogni giovane… “libertà è partecipazione”. Beh, io direi che sarebbe ora di iniziare a battere un tempo nuovo, fatto dal senso creativo di ciascuno. Non è solo un mio desiderio che esistano più Bitt e centri sociali nelle città. E’ una necessità di tutti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...