Intervista a Marco Bucci, autore del libro “E se non ci fosse più il mare?”

Giovane scrittore di Cinecittà Est esordisce con la nuova casa editrice L’Incisiva Edizioni

Nel tuo libro c’è un ribaltamento della condizione dei personaggi che, da cittadini perfettamente integrati nella società, si ritrovano a vivere un’avventura che rappresenta lo stato dei migranti in fuga, un viaggio distopico che ci riporta a riflettere sulle condizioni di chi oggi è costretto alle migrazioni. Pensi che il mondo occidentale non sia consapevole di quanto stia avvenendo in questo esodo dei migranti?

No, non è consapevole e i colpevoli di ciò sono i governi e i partiti che, attraverso i grandi mezzi di informazione di massa, hanno costruito un clima nel quale la paura e il rifiuto della diversità sono diventati la norma. Il decreto Minniti è un provvedimento che viola i diritti umani e sta creando immani tragedie. I giornali ci raccontano che ha rappresentato una soluzione alla cosiddetta emergenza migranti ma in realtà il problema è stato solo nascosto nei lager libici, lontano dalla nostra vista. Abbiamo preferito vederli affogare in mare pur di non sforzarci di comprendere le loro ragioni.

Ma dobbiamo essere consapevoli che è proprio relegando all’inferno migliaia di uomini e donne innocenti che noi occidentali riusciamo a garantire la nostra presunta superiorità. Le forze politiche sono complici e artefici di tutto questo. Lo dimostra anche il fatto che non hanno speso una parola in favore della solidarietà fra i popoli, per la cooperazione internazionale, per lo sviluppo equo e sostenibile e soprattutto per la cessazione dei conflitti per l’accaparramento delle risorse, vera causa dei flussi migratori. Inoltre, la distinzione tra immigrato regolare e irregolare si fonda su una cultura della legalità che, non essendo basata sulla giustizia sociale, è inutile e dannosa perché una legge come quella Minniti, che sta procurando migliaia di morti, è una legge disumana e per questo dovrebbe essere abolita. Fortunatamente ci sono alcune eccezioni, come il Sindaco di Riace Mimmo Lucano, ha il coraggio di mettere al centro della propria azione politica l’accoglienza e la salvaguardia delle vite umane anche a costo di forzare i meccanismi burocratici e amministrativi, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini legali.

Eppure i giornali ne parlano in continuazione di questo fenomeno, non ti sembra più complesso?

Chi scrive lo fa per giustificare che tutto quello che accade “succede perché deve succedere”. C’è una difficoltà a fare un ragionamento forte sulle cause e si discute solo sugli effetti. In questo paese molti sono ancora portati a credere che la maggior parte dei nostri problemi sono causati dai flussi migratori. Ma il problema non sono i migranti che rischiano ogni giorno la loro vita nel Mediterraneo perché costretti a fuggire dalla guerra e dalla povertà. I veri responsabili di questa situazione sono quelli che vengono nel nostro paese in cerca di facili profitti devastando il territorio, come le grandi multinazionali che vogliono costruire la TAV e la TAP; i veri mandanti di questa crisi sono la finanza, gli immobiliaristi, chi sposta le fabbriche all’estero per sfruttare altri lavoratori; il nemico è quell’Europa dell’austerità che ci impone manovre economiche ingiuste con la scusa del risanamento del debito pubblico: ci ha costretto a un progressivo impoverimento in favore di banche, assicurazioni e compagnie finanziarie. È da loro che dobbiamo difenderci, non da chi ha già perso tutto.

Perché nel tuo libro hai utilizzato un linguaggio narrativo fantastico, surreale, quasi fantascientifico?

Penso che la letteratura debba essere utilizzata come uno strumento capace di mettere in crisi stereotipi e pregiudizi. Allo stesso tempo possiede una propria potenzialità comunicativa, una sua specificità, dei meccanismi interni di funzionamento singolari che nessun altro tipo di linguaggio possiede. Per raccontare una realtà così drammatica ho utilizzato il fantastico perché attraverso di esso il lettore viene spiazzato e disorientato, messo di fronte a una realtà inaspettata e sconvolgente che lo induce a riflettere sulla problematica in questione.

Quali tecniche narrative hai utilizzato?

Ho sperimentato una ricerca sui simboli e le metafore dei nostri archetipi collettivi cercando di assicurare, attraverso una scrittura veloce e incisiva, un ritmo incalzante al racconto che è fatto di continui e improvvisi colpi di scena. I protagonisti appaiono per poi scomparire bruscamente in modo tale da creare una doppia frustrazione che ha un duplice scopo: far provare al lettore il dramma di essere abbandonati e fargli comprendere quanto la realtà, diversamente dalla fantasia, può essere crudele. Gli elementi naturali, poi, hanno un ruolo decisivo: non sono più sottomessi al volere dell’uomo ma si battono contro di esso per un mondo libero e più giusto.

In un certo senso nel libro il futuro appare senza possibilità di salvezza, senza una via di uscita. Perché?

È importante saper negare il futuro che ci hanno già scritto. Questo vuol dire che dobbiamo anche negare il presente quando quest’ultimo ci racconta che il nostro futuro ci lascerà delle vie di scampo.

In epoche storiche diverse, scrittori, intellettuali, poeti, hanno provato a fare in qualche modo quello che stai facendo tu: annunciare la catastrofe, come ad esempio per la Seconda Guerra Mondiale, ma questi pensatori e artisti non sono riusciti a fermarla. È ancora utile, allora, continuare in questo senso?

In alcuni casi gli intellettuali perdono la guerra ma bisogna pensare a quante volte hanno salvato dalla catastrofe. Ogni volta che è stata bloccata la libera espressione ed è stato sconfitto il pensiero critico, la società ha preso la strada sbagliata. Ogni volta che hanno depotenziato e annullato il dissenso, il conflitto e i movimenti sociali con le loro espressioni culturali, ne siamo usciti tutti perdenti. I rapporti di forza fra una cultura dominante e una critica, in questo momento, sono disuguali come del resto sono polarizzate anche le condizioni economiche. Con questo libro ho voluto dare un contributo alla costruzione di una massa critica in funzione della sua attivazione perché il cambiamento si verifica a partire dai conflitti sociali ma anche sul piano dello scontro culturale. L’attivazione del mondo della cultura e delle persone rappresentano l’antidoto contro la sopraffazione delle nostre vite, per riprenderci il nostro futuro e riscriverlo.

Tu vivi questo territorio al Quadraro e sei attivo politicamente al Centro Sociale Spartaco per la difesa dei beni comuni e dei diritti civili. Quanto della questione territoriale c’è in questo libro?

Apparentemente il libro non tratta della città dove vivo, affronta un tema generale, ma in realtà le problematiche evidenziate si ripercuotono, anche se sotto altre forme, nei territori metropolitani e periferici come il mio. Ad esempio, nel VII Municipio abbiamo assistito al dramma del Casilino 700, uno dei più grandi campi nomadi d’Italia, punto di arrivo della tratta dei migranti provenienti dall’Europa dell’Est, terra martoriata da un conflitto regionale fratricida. Lì le condizioni di vita erano veramente difficili da concepire per noi. Allo stesso tempo oggi vediamo la stessa situazione alla Barbuta, al Parco di Centocelle, vicino alle stazioni Tuscolana e Anagnina, nel pratone davanti al complesso di via Eudo Giulioli fra il quartiere di Cinecittà Est e quello di Osteria del Curato. A Palazzo Salem, nel quartiere Romanina, dove ogni giorno arrivano disperati salvati dal mare, in fuga dalla guerra e dalla povertà assoluta. Queste problematiche vanno risolte attraverso una vera politica di accoglienza che punti alla tutela dei diritti, garantendo una casa a tutti.

Per quale motivo avete deciso di creare, come collettivo del Centro Sociale Spartaco, una nuova casa editrice?

Chi critica il pensiero dominante deve dotarsi di alcuni strumenti come l’editoria indipendente, l’autoformazione e la formazione diretta attraverso l’incontro con i migranti. È l’impossibilità di esprimere una critica attraverso i canali ufficiali che ci ha spinto alla scelta della casa editrice, L’Incisiva Edizioni. Nel mondo della cultura, ad esempio, abbiamo assistito a un exploit di libri, serie tv e film sulla criminalità organizzata che esaltano personaggi come Ciro e Genny di Gomorra, autori di efferati omicidi. Nella politica si continua a dare spazio e a raccontare storie come quelle di Casapound o di Traini e non ci si sofferma minimamente sulle migliaia di progetti di solidarietà e inclusione portati avanti anche in forma volontaria da tantissime realtà sociali del paese. Questa faccia, la più sana, viene costantemente oscurata perché raccontarla dimostrerebbe che altre soluzioni, più eque e democratiche, possono in realtà essere possibili e concrete.

Prossimi lavori?

E se non ci fosse più il mare?” fa parte di una trilogia che ha l’obiettivo di affrontare tre grandi problematiche del nostro tempo: l’immigrazione, l’ambiente e la guerra. Il secondo librò uscirà nel dicembre 2018 e sarà presentato durante il Festival Extra Dark.

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